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Carlo Petrini, il visionario fondatore di Slow Food – l’associazione internazionale nata alla fine degli anni ’80 con lo scopo di promuovere la difesa della biodiversità e il cibo “buono, pulito e giusto” – a ottobre 2020 è stato ospite tra le Dolomiti bellunesi. Era la prima volta che accadeva.

Per noi è stata un’occasione imperdibile per incontrarlo: siamo stati con lui alla Locanda Solagna, a Vas (piccolo paese del Feltrino, in provincia di Belluno), durante il Convivio d’autunno. Un evento realizzato in collaborazione con la Condotta Slow Food del Feltrino, con vari produttori locali e con la Cantina Sorelle Bronca.

Ne abbiamo approfittato per una chiacchierata partita dall’inevitabile tema dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus e poi sviluppatasi a 360 gradi: dal nuovo libro Terrafutura al rapporto con Papa Francesco.

Nella foto di copertina, Carlin Petrini con Gino Bortoletto, storico membro di Slow Food Veneto.

INTERVISTA A CARLO PETRINI – ottobre 2020

Carlin Petrini, iniziamo dall’attualità. Come sta vivendo questa fase della pandemia e qual è stato secondo Lei l’impatto del Coronavirus sul mondo dei piccoli produttori tanto caro a Slow Food?

Il Covid-19 ha messo in evidenza a livello globale il privilegio di un certo tipo di distribuzione: la grande distribuzione e la vendita per corrispondenza.

È stata invece penalizzata tutta la realtà economica delle piccole produzioni, che aveva come elemento distributivo i mercati contadini e si caratterizzava per il rapporto diretto con i cittadini.

Sarà importante che uscendo dal lockdown venga ricostruito il sistema distributivo che si fonda su queste realtà dandogli un grande valore. È l’unico modo per difendere il modello di economia più giusto e responsabile che vede protagonisti proprio i piccoli produttori e i piccoli negozi di prossimità.

Quali insegnamenti possiamo trarre, quindi, da questo difficile periodo che stiamo vivendo?

La cosa più evidente è stata l’importanza dei cosiddetti “beni relazionali”. Pensiamo al ruolo avuto dalle botteghe di vicinato: hanno assunto un compito di vero e prezioso servizio sociale nel portare la spesa alle persone anziane durante il lockdown. Questo è un concetto molto importante, questo tipo di servizio fa parte di ciò che si intende per beni relazionali.

Se siamo convinti che un certo tipo di economia non funziona poiché iniqua e fonte di sperequazione, allora dobbiamo passare da una struttura economica che pone al centro di tutto il profitto e solo il profitto a un’economia in cui ci siano beni comuni e beni relazionali.

Beni che non entrano nei bilanci di una società per azioni, ma che sono la sostanza di una diversa economia. I negozi di quartiere, i mercati offrono questi beni relazionali, per cui noi in questa fase dobbiamo rilanciarli.

Quello di un’economia più giusta e sostenibile per il pianeta è un tema che lo lega al Santo Padre. Come è nato il rapporto con Papa Francesco?

Il primo incontro telefonico con Papa Francesco è avvenuto nel 2013, all’inizio del pontificato. Poi ho lavorato per la guida alla lettura dell’enciclica Laudato si‘, sulla cura della Casa Comune. Quindi mi ha invitato al Sinodo Panamazzonico.

Da tutti i nostri dialoghi avvenuti negli ultimi 7 anni è nato il mio ultimo libro Terrafutura – dialoghi con Papa Francesco sull’economia integrale (edito da Giunti con Slow Food Editore), nel quale trattiamo del deterioramento ambientale del pianeta, dello spreco di risorse naturali e umane provocato da sistemi economici e politici profondamente ingiusti. 

Qual è l’obiettivo del libro “Terrafutura”?

Lo abbiamo realizzato affinché con i ricavi si restauri ad Amatrice un edificio lesionato dal terremoto, per farne la sede del centro studi internazionale Casa Futuro dedicato all’ecologia integrale creato dalle comunità Laudato Si’. 

Anche la più recente enciclica Fratelli Tutti la affascina molto

Mi affascina per la sua radicalità su certe questioni, per delle prese di posizione che non lasciano dubbi contro il populismo, a favore dell’accoglienza dei migranti e di una nuova governance a livello mondiale basata sul multilateralismo. Un messaggio importante è che tutti questi discorsi precisi e forti si possono realizzare attraverso un progetto di dialogo e di rispetto di chi non la pensa come te.

Le cose non si cambiano per affermazioni di principi. Si cambiano per scelte politiche, umane che si basano sul dialogo e sul rispetto del pensiero degli altri. Perché la diversità è un valore. C’è un passaggio per me molto bello in cui dice che per favorire questo dialogo è importante riappropriarsi della gentilezza. Ora, invece, nell’agone politico dominano lo scontro e l’insulto, si pensi all’ultimo dibattito tra Trump e Biden. Pensare che la gentilezza possa essere portata a valore nel promuovere il dialogo e il confronto politico è molto bello in questo momento. 

La diversità è un valore, si diceva. Ciò vale anche a tavola, come insegna Slow Food. Cosa Le è piaciuto particolarmente dagli assaggi di ricette a base di prodotti locali alla Locanda Solagna?

Ritengo un fortuna essere stato da un cuoco che sa esaltare bene la qualità delle materie prime locali. Una fortuna ancora più grande perché il pranzo si è svolto insieme ai produttori. In incontri come questo, parlare di un particolare tipo di fagiolo o di una particolare razza di agnello e vedere come questo patrimonio di biodiversità sia radicato nel territorio, significa ritrovarsi all’interno dei ragionamenti che stanno alla base della filosofia Slow Food.

È questa l’economia locale che va valorizzata. Altrimenti non rimane che un’economia che viaggia sui massimi sistemi, che non porta benefici al territorio e aumenta la forbice tra i mega ricchi e la massa di gente che è sempre più povera.

Il menu del Convivio d’Autunno a cura di Raffaele Minute, chef di Locanda Solagna

Tortino tiepido di zucca santa bellunese e monte veronese

Gnocchi di fagioli gialet con la zufa

Agnello razza Lamon con polenta roveja

Cioccolato fondente e uva americana

In accompagnamento i vini della cantina sorelle Bronca

Intervista a cura di Andrea Ciprian
Foto di Benjamin Decet Photography